mercoledì 30 novembre 2016

Il gatto di Schrödinger

Il 29 Novembre 1935, la rivista scientifica tedesca Die Naturwissenschaften (Le Scienze Naturali), pubblicò un articolo di Erwin Schrödinger, intitolato "Die gegenwärtige situation in der quantenmechanik" (La situazione attuale nella meccanica quantistica). Oggi, questo articolo è noto come il primo di una serie di tre, in cui il fisico austriaco volle evidenziare alcune - a suo dire - incongruenze nella meccanica quantistica. Per farlo, usò un esperimento mentale paradossale oggi noto come il gatto di Schrödinger. Così il fisico austriaco descrisse questo gedankenexperiment:

Uno può anche concepire casi assurdi. Un gatto è rinchiuso in una camera di acciaio, con il seguente dispositivo (che deve essere protetto da interferenze dirette da parte del gatto): in un contatore Geiger, c'è una minuscola quantità di materiale radioattivo, così piccola che, forse, uno degli atomi decade nel giro di un'ora, ma anche forse nessuno, con eguale probabilità; se decade, il tubo del contatore scarica e, attraverso un trasduttore, aziona un martello che frantuma una piccola boccetta di acido cianidrico. Se uno ha lasciato libero l'intero sistema per un'ora, si potrebbe dire che il gatto è ancora vivo se nel frattempo non è decaduto alcun atomo. Il primo decadimento atomico lo avrebbe avvelenato. La funzione psi (ψ) dell'intero sistema dovrebbe esprimere tutto ciò includendo il gatto vivo e morto (perdonatemi l'espressione) mescolati o sparsi in parti uguali. È tipico di questi casi che una indeterminazione originariamente ristretta in ambito atomico, si trasformi in una indeterminazione macroscopica che può essere risolta dall'osservazione diretta. Questo ci impedisce di accettare ingenuamente come valido un "modello sfuocato" per rappresentare la realtà. In sè stesso, non ci sarebbe nulla di incomprensibile o contraddittorio. C'è differenza tra una fotografia tremolante o sfuocata e un'istantanea di nuvole e banchi di nebbia.

Questo lavoro ha generato una serie infinita di altri articoli e ancora oggi è considerato come una pietra miliare per i fondamenti di fisica. Per non parlare delle miriadi di vignette e situazioni comiche che imperversano nel web.


A mio vedere, il problema fondamentale quando si fanno esperimenti mentali basati su analogie è che spesso si evidenziano altri problemi, differenti da quelli che erano nelle intenzioni del proponente. Il primo punto che mi viene in mente riguarda la tendenza di molti colleghi a reificare le parole. Se nella fisica classica la distinzione tra parola e cose poteva sembrare superflua (è abbastanza evidente che la parola "Giove" non è il pianeta Giove, ma è solo uno strumento che usiamo per poterne parlare), questa si è fatta particolarmente drammatica nella relatività e meccanica quantistica, ovvero per quelle parti della fisica che trattano fenomeni di cui non abbiamo esperienza sensoriale diretta. Nessun essere umano, infatti, è mai stato ridotto alle dimensioni di un atomo oppure ha viaggiato a velocità prossime a quelle della luce (se non nei film di fantascienza). Ostinarsi a usare parole e concetti derivanti dall'esperienza umana diretta quotidiana in un ambiente che è al di fuori dalla pratica umana, porta ovviamente a risultati paradossali. Come appunto è il caso del gatto di Schrödinger. Applicare a un gatto, ovvero a un corpo macroscopico e vivo (dettaglio non trascurabile), un linguaggio matematico creato per parlare di oggetti microscopici inanimati, non può che portare a paradossi. Ma, sottolineo, è solo apparente, perché deriva dall'errato uso del linguaggio. Facciamo un controesempio: è noto che i computer si basano su un sistema numerico binario. L'aritmetica binaria è diversa dall'aritmetica decimale, che invece impariamo a scuola e usiamo tutti i giorni. Se io scrivo che 1+1=0 (risultato corretto nell'aritmetica binaria) e pretendo di dire che sia valido nell'aritmetica decimale (dove invece 1+1=2), faccio un errore, non mostro un paradosso. Così, se Schrödinger vuole applicare la meccanica quantistica a un sistema macroscopico vivente, fa un mero errore e non evidenzia un paradosso. 

Ma anche pensare che in fisica classica ci sia una stretta corrispondenza tra parola e cosa è deleterio. Supponiamo di osservare la luce emessa da una stella o da un'altra sorgente cosmica. Osservo ieri e misuro un flusso X. Osservo oggi e misuro un flusso Y, differente da X. Quello che possiamo dire di questa sorgente è che ieri emetteva X e oggi emette Y, ma non possiamo dire cosa è successo nel mezzo. Tra le due misure, la sorgente potrebbe anche avere avuto un outburst, emettendo un flusso Z enormemente più grande di X e Y e noi non lo abbiamo osservato. Potremmo anche elaborare una teoria, un'equazione e calcolare il flusso atteso in un certo istante di tempo, ma finché non lo misuriamo ci sarà sempre la differenza tra un risultato atteso e una misura. Pensare che l'equazione sia la realtà e quindi che ci dia una misura di quanto emetteva la sorgente mentre noi non la osservavamo, è appunto reificare la parola. Questo non implica, come pensano alcuni, che la sorgente non esista se noi non la osserviamo, ma solo che la misura fornisce il significato fisico al linguaggio matematico. Che però resta sempre un linguaggio, uno strumento per studiare la realtà e non la realtà.

sabato 26 novembre 2016

Il bello delle persone

La pioggia batte incessante sul parabrezza. I tergicristalli spazzano il vetro alla massima velocità, ma riescono solo in parte a restituire la visibilità altrimenti distorta dall'acqua. È notte fonda e sono sull'autostrada A4 quasi deserta, di ritorno a casa dopo una splendida serata. Abbiamo festeggiato il terzo compleanno del Running Tweet Team, una società sportiva nata - tra gli scambi di tweet sul noto social network - dalla geniale idea di Massimiliano Gagliandi, immediatamente supportata da Gabriella Vargiu. Curioso che i social salgano alla ribalta della cronaca principalmente per dare ulteriore visibilità a inetti che vomitano le loro frustrazioni sull'Altro ben nascosti dall'anonimato (come se fuori dal web non ci fossero analoghi incapaci che si nascondono all'ombra dell'omertà del pettegolezzo). Ci si dimentica che, invece, il web ha aumentato la possibilità di parola e di incontro per le persone, come è il caso del Running Tweet Team. Nonostante io personalmente sia tesserato per la Polisportiva Libertas Cernuschese, ho voluto fare da sostenitore a questa bella squadra, così come diversi altri lupi (così si sono soprannominati gli atleti del RTT). Questo perché col tempo - proprio grazie a Twitter - ho imparato a conoscere queste persone e ad apprezzarne la loro umanità. Molti li ho conosciuti poi di persona, in occasioni come queste o alle gare; molti altri devo ancora incontrarli in carne e ossa, ma è solo questione di tempo. In ogni caso, il social network mi ha già offerto la possibilità di conoscere la loro mente, le loro parole. Belle persone: usare la parola "belle" mi sembra quasi di sminuire la grandezza di questi individui. Ci sono modi di dire ormai inflazionati, come "bella gente" o "ciao bello/a", che hanno annebbiato la proprietà di questa parola. Eppure, mentre guido nella pioggia fitta, penso che sia la parola migliore, avendo cura di riprenderne il significato originario che deriva dal latino benus, buono, e solo di seguito è stato associato il significato di ben proporzionato, grazioso (ovviamente, le signore del team meritano in tutto e per tutto anche il significato secondario!). Ciascun lupo/a ha la sua storia, la sua vita, il suo lavoro. Alcuni hanno la fortuna di abitare a brevi distanze, altri no, ed è proprio qui che il social network agisce come collante. Tutti quanti siamo accomunati dalla passione per la corsa. Ciascun lupo/a ha i suoi obiettivi, ma non vedo competizione diretta, perché quando si corre bisogna farlo con le proprie gambe. Certo ci saranno anche coloro a cui piace il podio, ma non mi sembra che vada a detrimento dell'amicizia. Non ci sono snob sub-6'/km o sub-3h nella maratona o sub-qualcos'altro (magari il cervello di chi pensa queste scemenze). Mi torna in mente l'aforisma di John Bingham:
Se corri, sei un runner. Non importa quanto veloce o quanto lontano. Non importa se oggi è il tuo primo giorno o se stai correndo da vent'anni. Non c'è un esame da superare, non c'è una licenza da conseguire, non c'è una tessera da prendere. Solo, corri.
Ci si incoraggia sempre, sia quando ci lamentiamo reciprocamente degli acciacchi e degli infortuni, sia quando arriviamo a qualche risultato atteso. E poi, come ieri sera, ci si ritrova anche per fare baldoria, per raccontarci le nostre ultime piccole grandi imprese, per scambiarci qualche battuta e ridere insieme. Alcuni/e lupi/e hanno veramente delle prestazioni straordinarie, soprattutto tenuto conto che non sono professionisti. Il che fa capire quanto importante sia l'ambiente nello sviluppo delle persone. Alcuni/e lupi/e avrebbero potuto tranquillamente diventare top runner professionisti, ma o è mancata l'occasione oppure ci sono state altre scelte, altre priorità.
Le luci di Orio al Serio mi richiamano alle impellenze della guida: fra poco devo prendere l'uscita e fare l'ultimo breve tratto verso casa. Il bello delle persone, belle persone. Sono proprio fortunato ad averle conosciute. Grazie, amici e amiche del Running Tweet Team, di avermi regalato la vostra amicizia.

lunedì 14 novembre 2016

Maratona di Ravenna

Da destra: Paolo, Michele e io (foto A. Longhi).
Per correre la mia seconda maratona ho scelto Ravenna: la presenza di parenti mi offre l'opportunità di una sicura base di appoggio. Inoltre, è stato un po' un tuffo nei ricordi di infanzia: la gara è partita da via Roma, di fianco ai giardini pubblici dove mio nonno mi portava a giocare quando ero piccolo. Altri tratti di percorso cittadino mi hanno risvegliato analoghi ricordi.

Tuttavia, questa volta la preparazione non è stata ottimale: ho iniziato l'ultima settimana di luglio per seguire una tabella di 16 settimane. Il primo lungo da 32 km l'ho corso il 20 agosto nella pineta di Marina Romea, dove sono incappato in un nugolo di tafani, riportando due enormi bozzi sul polpaccio sinistro e conseguente indurimento del muscolo. Non pago di ciò, quando avrei fatto meglio a correre con maggior cautela, la domenica successiva 28 agosto ho corso la Strapagnano, compromettendo definitivamente il recupero e peggiorando il polpaccio, con conseguente fermo di circa 2 settimane. Ho quindi dovuto saltare la Run Tune Up di Bologna che avevo in programma, ma grazie al lavoro del fisioterapista, ho recuperato in tempi abbastanza rapidi, riuscendo a fare la 30 Trentina il 25 settembre. Il resto dell'allenamento è stato un po' a singhiozzo, con acciacchi che spuntavano qua e là. In certi momenti, mi sembrava di essere quella vecchia reclàme del dott. Gibaud: un male qui, un male qua, un male alla schiena… Ma intanto ormai ero in ballo per Ravenna e non potevo mollare. Questa seconda maratona è stata quindi una gara di volontà, fatta tutta col cuore.

Partecipano alla gara anche gli amici Paolo Longhi, all'esordio sui 42 km, e Michele Panicali (vedi foto, cortesia Alessia Longhi). La giornata inizia all'insegna del freddo: i giorni precedenti sono stati estremamente piovosi, ma almeno oggi il cielo del mattino è abbastanza pulito. Il Sole splende, anche se la temperatura è un po' bassa (2.6°C alle 6:30 circa), con un vento da nord-nord-ovest di circa 3 nodi che soffia sul litorale, regalando un ulteriore calo di temperatura di circa 1°C. Quando arriviamo in zona partenza, il Sole picchia abbastanza e Paolo e Michele optano per un abbigliamento leggero (canotta e calzoncini), mentre io - che sono il più lento dei tre - tentenno un po', ma alla fine rimango con pantaloni al ginocchio e maglietta termica sotto la canotta della Polisportiva. A posteriori, la scelta è stata ottimale, perché una volta usciti dalla città, il vento ha raffreddato l'ambiente. Inoltre, l'aumento della copertura nuvolosa, sino alla copertura totale, man mano che la mattina procedeva, ha contribuito a raffreddare ulteriormente l'aria.

L'organizzazione ha fatto un grande lavoro (bellissima la medaglia mosaico), ma con qualche criticità. Per esempio, quando siamo andati a consegnare le borse ci siamo trovati di fronte a un muro umano. Fortunatamente, abbiamo potuto approfittare della gentilezza della moglie di Paolo, Ornella, e di sua figlia Alessia, che hanno preso le nostre borse per consegnarle agli addetti più tardi, quando la coda si è dissolta.

Alle 9:30, inizia la gara! Michele, il più veloce, parte dalla griglia di testa, mentre io sono nella seconda per via del mio tempo alla maratona di Brescia. Paolo è nell'ultima griglia, essendo all'esordio. Passa poco più di un minuto dall'inizio a quando riesco a passare sotto la linea di partenza. Dopo circa un chilometro, un vecchietto in bicicletta si inserisce nel fiume di runner, con grave pericolo per sé e per gli altri. Probabilmente, si tratta di una di quelle persone abitudinarie, che per tutta la vita ripetono sempre le stesse cose, alla stessa ora, allo stesso giorno, e non è certo qualche migliaio di runner che gli fa cambiare abitudine. Dopo circa 4 km, si corre di fianco alla darsena e si nota il Moro di Venezia, esposto su un'impalcatura. L'albero maestro è veramente imponente, ma lo scafo sbiadito lascia un senso di tristezza per il destino di questa splendida nave che un tempo gareggiava per la Coppa America.

Poco prima del chilometro 6 (che riprenderemo di nuovo come 40mo) c'è una curva a gomito che parecchi tagliano. Addirittura il taglio è anche maggiore al secondo passaggio, verso il chilometro 40. Testardamente, mi ostino a percorrere il sentiero per intero con la sua curva a gomito, metro per metro. Nessuno dell'organizzazione è nei paraggi, potrei tagliare anche io, ma non lo faccio. Non è per timore di una squalifica, non è per moralismo, ma per questioni di coscienza: se lo facessi, invaliderebbe la mia corsa, i miei sforzi, il mio allenamento imperfetto, prenderei in giro solo me stesso.

I primi dieci chilometri circa sono in comune a tutte le gare: maratona, mezza maratona (competitive) e dieci chilometri non competitiva. Si svolgono in città, tra curve e sampietrini, con la folla ai bordi delle strade e i bambini che offrono la mano per battere il cinque. In via Diaz, mia madre e mia zia mi fanno il tifo. Al passaggio vicino al Duomo una ragazza scivola e cade, ma si rialza prontamente. Sembra tutto a posto e continua a correre. Al decimo chilometro, i non competitivi si sganciano dal gruppo, mentre le due gare competitive si dirigono verso Classe. Dopo un po', incrocio Paolo che è già sulla via di ritorno a Ravenna, secondo tabella. Alla fine, Paolo completerà la sua prima maratona in poco meno di 3h30', un risultato veramente ragguardevole: complimenti, Paolo!

Arriviamo a Classe, dove giriamo vicino alla splendida Basilica di Sant'Apollinare. Si nota anche verso sud, la cupola del radar dell'aeroporto di Ravenna. Finora sono andato bene, forse anche troppo. I lap presi ogni 5 km, mi danno tempi sui 27-28 minuti. Decido di continuare così, se non altro accumulo un tesoretto di tempo nel caso di rallentamento. Dopo il giro di boa di Sant'Apollinare, si punta di nuovo verso Ravenna. Al 18 km, perdiamo anche i partecipanti alla mezza, che ritornano i città, mentre noi viriamo verso Punta Marina. Il serpentone di runner, abbastanza compatto sino a quel momento, si dissolve nel giro di pochi chilometri.

Il cielo ormai si è rannuvolato e la brezza marina raffredda ulteriormente. Al chilometro 21, vedo che sono di poco ancora sotto le 2h e sulla corsia opposta ci sono già i primi runner che stanno tornando verso Ravenna. Pochi chilometri dopo, sento qualcosa tipo "ciao Luigi", ma vedo solo un lampo di colore che sfreccia verso Ravenna: è Michele Panicali! Il tempo finale di Michele sarà di 2h55', il suo personal best! Un grande!

Ormai i chilometri pesano e sempre più persone intorno a me alternano camminata a corsa. Dopo il chilometro 30, la maratona si trasforma in una gara tra sciancati, a giudicare dalle posture ormai compromesse. Gli ultimi dodici chilometri sono i più lenti per me, gli acciacchi si fanno sentire. I due lap 30-35 e 35-40 sono sui 30-31 minuti. L'ultimo chilometro sembra non finire più, ma passo dopo passo arrivo al traguardo, dove mi attende la splendida medaglia mosaico. Il tempo finale (real time) è di 4 ore e 6 minuti, circa 7 minuti in meno rispetto al risultato di Brescia. Se alla prossima limo via altri 7 minuti, riuscirò finalmente a portarmi sotto le 4 ore. Ma questa sarà un'altra storia.
☞ Tracciato e statistiche Garmin.

sabato 5 novembre 2016

Scienza: impresa individuale o collettiva?

La domanda del titolo è uno di quei tormentoni che un ricercatore affronta molto spesso. Oggi, in particolare, c'è un forte sbilanciamento a favore del gruppo, della cosiddetta massa critica, della convinzione che sia necessario coordinarsi per raccogliere più finanziamenti possibile. Si pensi - per esempio - al CERN di Ginevra, dove lavorano oltre 10'000 tra scienziati e tecnici, le dimensioni di una città medio-piccola. Se, da un lato, questo sforzo ha consentito di osservare e misurare il bosone di Higgs, dall'altro ci sono innegabili aspetti negativi (vedi immagine a lato) di cui ho già scritto anche nel mio libro Scienza e linguaggio. Qui vorrei solo puntare l'attenzione su alcune importanti differenze tra individuo e gruppo. 
L'inventiva è una prerogativa dell'individuo. Su questo c'è ben poco da dibattere, con buona pace dei collettivisti. Non esiste, nè è mai esistita una sola idea che non sia frutto dell'elaborazione di un individuo. Tuttavia, questo non vuol dire che lo stereotipo del genio solitario che sprizza lampi di intuizioni rivoluzionarie sia corretto. Per inventare, lo scienziato ha bisogno di elaborare parole (nel senso di de Saussure), che può trovare sia parlando direttamente con altri individui, sia leggendo i loro scritti. Definisco la prima possibilità un'équipe spaziale, non tanto perché abbia a che fare con lo spazio celeste, ma perché è limitata spazialmente. Se uno vuole parlare direttamente con un'altra persona, deve trovarsi nello stesso luogo. Oggi ci sono diversi mezzi che consentono la comunicazione a distanza (telefono, videoconferenze, chat), ma se gli scienziati continuano a incontrarsi in congressi o a lavorare negli istituti più prestigiosi è evidente che la comunicazione diretta ha ancora degli aspetti mancanti alle altre possibilità (e certo non mi riferisco al coffee break...). Le grandi collaborazioni della Big Science costituiscono delle équipe spaziali prefabbricate, ma per formare un'équipe di questo genere non è necessario firmare un memorandum of understanding. Anche due o tre ricercatori che discutono nella pausa caffé possono fare équipe e, spesso e volentieri, sono più produttivi delle grandi collaborazioni, ingessate in procedure gerarchiche e burocratiche ormai asfissianti.
Questo genere di équipe è però decisamente limitata dallo spazio, appunto. Se uno lavora in un istituto può collaborare direttamente con alcune persone, ma possono mancargli importanti contributi di maggiori studiosi in altre parti del mondo. Ci sono i congressi, come ho scritto, ma ovviamente non si può partecipare a tutti (a maggior ragione oggi in tempi di scarsità finanziarie). Infine, c'è il limite temporale: ovvero, chi vive oggi non può certo fare quattro chiacchere con Albert Einstein. 
Questi limiti si possono però superare con l'équipe spaziotemporale, ovvero la lettura e la scrittura. Non posso parlare con Einstein, ma posso leggere i suoi scritti. La lettura fornisce una mole di parole da elaborare di una ricchezza senza pari, dato che non ha il limite spaziale e temporale della prima équipe. Inoltre, nella solitudine della lettura si può mantenere la necessaria concentrazione per elaborare le parole, cosa difficile quando si è impegnati in un botta & risposta. 
Un limite spaziale blando può ancora esistere: per esempio, se cerco un libro che è disponibile solo in una biblioteca di New York, io che vivo e lavoro in Italia potrei avere qualche problema. Tuttavia, l'avvento del web ha reso disponibile milioni di opere per mezzo della scansione elettronica, contribuendo quindi a smorzare questo genere di limiti spaziali.
L'équipe spaziotemporale, secondo me, è la vera forza della scienza. La possibilità di apprendere elaborando non solo le parole dei nostri contemporanei, ma anche di chi ha vissuto prima di noi. Abolendo i vincoli spaziali e temporali si può discutere con i grandi della Terra, cosa evidentemente impossibile se ci si limita al primo genere di équipe. Mi tornano in mente alcune parole di Niccolò Machiavelli, quando parla delle sue letture:
Venuta la sera, mi ritorno a casa, et entro nel mio scrittoio; et in su l'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, et mi metto panni reali et curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, et domandarli della ragione delle loro actioni; et quelli per loro humanità mi rispondono; et non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottiscie la morte: tucto mi transferisco in loro.

venerdì 4 novembre 2016

Normalizzazione

Ieri mi è capitata sotto gli occhi una vignetta (👈) dell'account Twitter @thereaIbanksy (che dovrebbe essere gestito da fans dell'artista). The life, la vita, è il tweet. Ho recuperato alcune altre vignette su come la società tenda a normalizzare le eccezioni. Le posto qui di seguito. Sono sorrisi amari, che sgorgano con difficoltà, che fanno riflettere. Mi è tornato in mente anche un aforisma dello scrittore di fantascienza Robert Heinlein a proposito degli scienziati:

Throughout history, poverty is the normal condition of man. Advances which permit this norm to be exceeded - here and there, now and then - are the work of an extremely small minority, frequently despised, often condemned, and almost always opposed by all right-thinking people. Whenever this tiny minority is kept from creating, or (as sometimes happens) is driven out of a society, the people then slip back into abject poverty.






Un'altra vignetta, che richiama il noto slogan pubblicitario di una marca di computer, genera un sorriso per contrappasso (peraltro, io stesso uso un Apple Mac...).

 
La storia della scienza trabocca di episodi evidenziati con l'ironia di queste vignette: Einstein è lo stereotipo più noto, ma ci sono moltissimi altri episodi del genere, anche meno noti, molti dei quali non hanno il lieto fine dello scienziato tedesco. La lista è lunga e anche qui una vignetta riassume bene il concetto.

Ma occorre fare attenzione, perché non vale il viceversa. Ovvero, non è che il comportarsi in modo strano o concepire teorie bizzarre implichi automaticamente genialità. Basti pensare a quanto ho scritto nel post precedente...

domenica 30 ottobre 2016

Le insidie della mancanza di scienza

Negli ultimi anni, vuoi per l'età, vuoi per la passione della corsa, ho iniziato a prestare attenzione all'alimentazione. Sono entrato in un mare magnum dove, accanto a saggi compilati con serietà e accuratezza, compaiono delle pubblicazioni che richiamano il grido liberatorio di Fantozzi. Il problema è che non si tratta di pensieri bislacchi facilmente smontabili, come può essere la Terra piatta. No, l'insidia si trova nel fatto che oggi si parte da una qualche infarinatura di solida scienza per poi estrapolare concetti a dir poco pittoreschi. Tanto per fare qualche esempio (*), c'è la nutrizione vibrazionale. Si parte dal concetto di caloria, ovvero l'equivalente energetico di un alimento. Si dice giustamente che non si deve tenere presente solo l'energia apportata, ma anche quella consumata per mangiare e digerire l'alimento in questione. Quindi, il bilancio energetico deve essere positivo alla fine se si vuole sopravvivere. Fin qui, sembra ragionevole, ma poi arrivano i dolori... Gli alimenti, leggo, oltre al "potere calorico (chimico-energetico)" avrebbero anche un "potere elettromagnetico (vibrazionale)". Ecco, no: in verità, tutta la chimica si basa su combinazioni di atomi per mezzo  dei loro orbitali (che sono le regioni spaziali dove c'è probabilità di trovare gli elettroni di un certo atomo). Gli atomi si legano in molecole oppure queste ultime si spezzano perdendo un atomo oppure ancora acquisiscono un atomo e diventano una nuova molecola. La fisica atomica ci insegna che tutta la chimica è basata su processi che coinvolgono gli orbitali degli elettroni e pertanto sono regolati dall'interazione elettromagnetica. Pertanto, la separazione di un potere calorico ed uno elettromagnetico non ha proprio senso.
Torniamo alla nutrizione vibrazionale: l'energia degli esseri viventi sarebbe in parte bioelettrica e magnetica, ovvero vibrazionale, per cui occorrerebbe trovare gli alimenti che abbiano le vibrazioni giuste. Il campo vibrazionale di una persona in salute sarebbe tra i 6200 e i 7000 angstrom (1 angstrom = 0,00000001 cm). Anche qui c'è un po' di infarinatura scientifica: gli atomi che formano una molecola non sono rigidamente collegati fra loro, ma vibrano intorno a posizioni di equilibrio, emettendo energia elettromagnetica generalmente nell'infrarosso. La temperatura non è altro che un indice di un moto casuale, moto termico per l'appunto. Un essere umano ha una temperatura interna di circa 37°C e quindi emette nell'infrarosso. Si potrebbe pensare a un collegamento tra la radiazione infrarossa emessa dal corpo umano e il "campo vibrazionale", ma proprio non ci siamo. La radiazione infrarossa emessa dagli umani è nell'intervallo tra 70000 e 140000 angstrom, ovvero 7 e 14 micron, un ordine di grandezza più ampia di quella della nutrizione vibrazionale. 
Arriviamo agli alimenti consigliati, ovvero quelli con le giuste vibrazioni: frutta e verdura, i cereali integrali, formaggi freschi, ecc. Gli alimenti senza vibrazioni sono invece tutti i dolci industriali, lo zucchero, gli alcolici. Ma va! Se ancora c'era un dubbio di associare le vibrazioni a quelle delle molecole ormai si è dissolto: infatti, poiché che le vibrazioni molecolari sono date da moto termico, l'unico modo per non avere vibrazioni è di essere allo zero assoluto, ovvero -273,15°C (0 K, zero gradi kelvin). Cosa che evidentemente non avviene se andate al supermercato a comprarvi una barretta di cioccolata o una birra....
Uno potrebbe pensare che almeno questi consigliano un'alimentazione tutto sommato sana: quale medico non consiglierebbe frutta e verdura. Ma supponiamo che uno sia allergico a qualche alimento: certo la nutrizione vibrazionale non aiuta ed è molto più efficiente rivolgersi a un medico. Un concetto fasullo, prima o poi, vi presenterà un conto da pagare.
Un'altra teoria bislacca che mi è capitata sotto mano è quella di Rudolf Steiner, i cui pensieri vanno molto di moda tra i VIP. Anche Steiner parte dai componenti di base: proteine, carboidrati, grassi, sali. Tuttavia, quando spiega come vengono impiegati dal corpo umano, Steiner raggiunge epiche vette di fantozziana memoria. I sali sarebbero la base del pensiero umano: se questi rimangono nello stomaco e nell'intestino, allora la persona diventa deficiente. Se volete pensare, dovete mangiare molto sale: quindi gli ipertesi sarebbero dei geni? Senza contare che oggi invece è noto che il cervello funziona grazie al glucosio. I carboidrati costituirebbero l'involucro del corpo umano, che sarebbe poi riempito dai grassi. La mancata digestione dei carboidrati porterebbe a sviluppare una voce rauca, perché non si respirerebbe bene. Infine, le proteine sarebbero l'elemento vitale, da cui si forma l'essere umano, in quanto sono già presenti nell'ovulo fecondato. Steiner aggiunge pure che l'essere umano avrebbe un io, un corpo astrale, uno eterico e uno fisico. I quattro elementi di cui sopra si disporrebbero secondo questi corpi: per esempio, quando uno è sveglio, il corpo astrale sarebbe dentro al corpo eterico e insieme lavorerebbero i grassi. Se uno dorme, il corpo astrale sarebbe fuori (e dove va?), per cui il grasso non sarebbe lavorato e si depositerebbe. Se quindi siete panzoni non è perché vi siete radicati sul divano ad abbuffarvi, ma perché il vostro corpo astrale se n'è andato per i fatti suoi! Uno può obiettare che Steiner è vissuto tra fine ottocento e inizio novecento, un periodo in cui le conoscenze mediche erano approssimative (a quei tempi, si pensava perfino che la radioattività facesse bene!). Sarà, ma non mi sembra che nei trattati medici dell'epoca ci fossero corpi astrali o eterici. E, comunque, come dicevo, oggi gli scritti di Steiner vanno molto di moda tra i VIP nonostante i progressi scientifici e ci sono perfino delle scuole nel nostro paese. Pensate a quei bambini così allevati che magari un giorno si ritroveranno a ricoprire posti di responsabilità in industrie o anche in politica...


(*) Non metto link, perché proprio non mi va di fare pubblicità a certe sciocchezze. Se proprio volete farvi del male, cercate con Google.

Aggiornamento 4 Novembre 2016:
Sul Corriere della Sera online di oggi, ci sono due notizie una di seguito all'altra che mostrano molto bene il concetto espresso nel post. Un comune stanzia dei fondi per la caccia ai fantasmi, mentre non si trovano fondi per mettere le scuole in sicurezza.


mercoledì 12 ottobre 2016

World Wide Web 2.0

Da tempo ormai imperversa sul web un aforisma di Umberto Eco: "Ormai Internet è divenuto territorio anarchico dove si può dire di tutto senza poter essere smentiti. Però, se è difficile stabilire se una notizia su Internet sia vera, è più prudente supporre che sia falsa". In genere, si associa a bufale varie oppure per demonizzare il web e i social networks, a loro volta collegati a episodi di cronaca nera.
Già a voler essere puntigliosi, si potrebbe iniziare dalla confusione tra internet, web e social networks. Internet è la rete, pura e semplice, nata da un progetto militare e si basa su un protocollo di comunicazione chiamato TCP/IP (Transmission Control Protocol/Internet Protocol). Quando si sente parlare di "indirizzo IP", ci si riferisce a una serie di 4 numeri (xxx.xxx.xxx.xxx) associati, in modo fisso o dinamico, a ciascun computer della rete. Si può essere collegati a internet senza necessariamente usare il web: la posta elettronica ne è un esempio oppure un collegamento via terminale. Il World Wide Web (www o anche solo web) è invece un sistema ipertestuale di comunicazione che si appoggia a internet. È quindi una sovrastruttura di internet. Creato all'inizio degli anni novanta da Tim Berners-Lee al CERN di Ginevra per facilitare la comunicazione e condivisione di informazioni tra i ricercatori, è rapidamente esploso a livello di comunicazione planetaria. Tuttavia, agli inizi, l'accesso al web non era semplice: se volevi avere una pagina web, dovevi conoscere un certo linguaggio di formattazione, chiamato HTML (HyperText Markup Language). Col tempo, sono nati i primi programmi associati a editori di testo e i blog online, che consentivano di creare pagine web senza avere conoscenze specifiche. Si arriva infine ai social networks (Facebook, Twitter, ecc.) che costituiscono il cosiddetto web 2.0: una pagina web a ciascun utente, senza bisogno di particolari conoscenze specifiche. La vera diffusione e apertura totale è stata però possibile grazie a (o per colpa di) Steve Jobs: l'introduzione di smartphone e tablet, di uso smodatamente semplice, unitamente al web 2.0, ha dato l'accesso al web praticamente a chiunque. 
Per questioni di lavoro ho sperimentato un po' tutte le forme di presenza sul web, dalla pagina web personale che creavo in HTML al blog. L'enorme diffusione dei social networks ha ucciso questi mezzi: per molte persone, Facebook è internet, è il web, è tutto (*). Conservo come pagina web personale ormai solo una presenza simbolica e anche questo blog è aggiornato sempre più saltuariamente. Non a caso, i commenti ai post mi vengono dati quasi esclusivamente attraverso i social networks, nonostante il blog offra l'opportunità di scrivere un commento immediatamente sotto al testo.
Arriviamo al primo punto che vorrei sottolineare: l'evoluzione del web è analoga all'evoluzione di qualunque strumento tecnologico. Pensate all'automobile: le prime erano per pochi, occorreva conoscere bene la meccanica ed erano costose. Poi è arrivata l'utilitaria: facile da usare, di prezzo contenuto, per tutti. Lo stesso vale per i personal computer: i primi erano aggeggi per smanettoni, risorse limitate e il semplice uso richiedeva una certa conoscenza informatica. Oggi lo smartphone ha una potenza di calcolo inimmaginabile, ha costi relativamente contenuti e non richiede conoscenze specifiche per essere usato. Nulla di strano, quindi: è solo la normale evoluzione tecnologica. La necessità di conoscenze particolari per accedere a una nuova tecnologia potrebbe essere un filtro, che screma le persone selezionandone di un certo livello, ma non illudetevi.
Infatti, il secondo punto riguarda proprio le persone: non è che i primi che navigavano nel web fossero tutti dei santi geniali, mentre oggi imperversano orde di imbecilli. Per motivi di lavoro sono sul web sin dai primi bit e vi assicuro che gli idioti c'erano anche allora e una parola di troppo poteva generare liti furibonde, proprio come avviene nella vita frontale. Questo semplicemente perché l'elemento costante in tutte le attività umane è proprio l'essere umano, con i suoi pregi e i suoi difetti. Il pettegolezzo esiste sin dalla notte dei tempi, non è che sia stato inventato da Facebook. Le sue dinamiche possono cambiare un poco, ma le strutture sono le stesse, perché gli attori sono sempre esseri umani. Se raccontate un'avventura al bar del paese, non sorprendetevi se poi il giorno dopo lo sanno tutti e ci spettegolano sopra. Forse, l'unica differenza è che, a differenza della parola parlata, la parola scritta sul web rimane. Tanto è che si invoca il diritto all'oblio, dimenticando che comunque verba volant, scripta manent. Cosa che accadeva anche prima: non c'era Facebook, ma c'erano le lettere e non crediate che non venissero diffuse. Anche la parola parlata non è esente dai litigi. Se siete abbastanza stagionati da aver vissuto prima del web, senz'altro vi sarà capitato di assistere o anche partecipare a discussioni animate del tipo: "tu hai detto questo", "non è vero, io ho detto quest'altro". La parola scritta cambia un po' le cose, ma i litigi rimangono, come c'erano anche con le lettere: "tu hai scritto questo", "ma io volevo dire quest'altro".  Magari, una lettera scritta ispirava a un minimo di concentrazione e di pensiero, mentre digitare quattro lettere su una tastiera e premere invio si fa spesso - troppo spesso - senza pensarci.
Come scrisse lo psicanalista francese, Jacques Lacan, l'effetto della comunicazione è quello di uno spostamento del discorso. A questo si aggiunga che la moneta che paga l'inconscio non è visibile quasi mai, neanche alla persona che ne trae godimento. L'io non è padrone in casa propria, scrisse Freud. Per cui, le persone credono ciò che più gli fa (inconsciamente) piacere, indipendentemente dal fatto che ci sia un corrispettivo nella realtà fisica o no. Per questo i pettegolezzi non possono essere demoliti, per questo le bufale rimangono assurgendo a livello di tormentoni stagionali, per questo le persone sono più propense a credere a volti noti che regalano emozioni piacevoli, come attori o cantanti, piuttosto che a scienziati sconosciuti, ammuffiti e magari anche di aspetto bislacco. Se ancora oggi ci sono persone che credono che la Terra sia piatta, ci sarà bene un qualche motivo e sicuramente non è scientifico.
Ma non è che tutto ciò sia nato col web: c'era già prima perché sono questioni intimamente connesse con gli esseri umani. Internet, il web, i social networks sono solo una piazza, differenti dalle solite, ma sempre piazze. La privacy, l'oblio, sono questioni alquanto superflue: se volete che qualcosa resti veramente segreto, semplicemente non ditelo in giro. Se lo mettete su un social network, è come se lo raccontaste nella piazza del paese, indipendentemente dai livelli di privacy che impostate. Basta che lo sappia un'altra persona, che poi lo racconta a un'altra, che ne informa una terza e così via.
Se volete capire come funziona il web, è meglio leggere qualche buon libro di psicanalisi, invece che uno di informatica. Non perché vi sia qualche malattia o patologia, ma perché si tratta di pura e semplice umanità.

(*) il che è un po' pericoloso, secondo me, tanto è che negli ultimi tempi si sono moltiplicate le denunce di censura operate dal gruppo di Zuckerberg.