lunedì 9 gennaio 2017

Smettere di sognare?

Da qualche giorno, circolano sul web alcune vecchie slides sovietiche create nel 1960 pensando a come sarebbe stato il mondo nel 2017, in occasione del centenario della Rivoluzione di Ottobre. Mi sono soffermato a guardarle, pensando a come è differente il mondo oggi rispetto ai sogni del 1960. Anche gli Stati Uniti non erano da meno, come testimoniano le immagini che si possono vedere sul sito The Vault of the Atomic Space Age. In entrambi i casi, si nota che, accanto alla paura latente di una guerra nucleare, c'era un gran desiderio di sognare, di esplorare, di scoprire. C'era grande fiducia nella scienza e nella tecnologia, c'era la convinzione che potessero risolvere i problemi del mondo e regalarci una vita migliore. 
Eppure, basta guardarsi intorno oggi per vedere un'umanità chiusa in sé stessa, ricurva sui suoi giocattoli tecnologici. Già nel 2014, Noah Berlastky aveva notato che perfino la fantascienza ha smesso di sognare, intrappolata in una serie infinita di sequel, prequel, in-mezzo-quel... Peraltro, aggiungo che non è neanche più fantascienza, ovvero scienza estrapolata al futuro, ma solo favole fantasy, dove la scienza ne esce alquanto malconcia, sacrificata sull'altare delle esigenze cinematografiche.
Anche la scienza stessa si è adagiata lentamente e inesorabilmente, come ha scritto Michael Hanlon sempre nel 2014, notando che la tecnologia odierna è stata ideata nel cosiddetto Golden Quarter (1945-1971), che a sua volta affonda le radici nella scienza della prima metà del XX secolo. Nonostante i media ci propinino quotidianamente storie di scoperte sensazionali, misteri secolari risolti, geniali invenzioni, tenete presente che non c'è nulla di realmente nuovo dal punto di vista concettuale.
Se non si trova al più presto il bandolo della matassa, saranno veramente guai. Come dice la vignetta qui sopra, se smettessimo di scoprire, moriremmo veramente. 

mercoledì 4 gennaio 2017

Scienza e democrazia


In questi giorni, sta circolando una gran quantità di post sui social network a proposito di quanto scritto da Roberto Burioni, professore ordinario di Microbiologia e Virologia presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Nella sua pagina di Facebook, il professore ha scritto:
I commenti vengono tutti cancellati [...] Preciso che questa pagina non è un luogo dove della gente che non sa nulla può avere un "civile dibattito" per discutere alla pari con me. È una pagina dove io, che studio questi argomenti da trentacinque anni, tento di spiegare in maniera accessibile come stanno le cose impiegando a questo scopo in maniera gratuita il mio tempo che in generale viene retribuito in quantità estremamente generosa. Il rendere accessibili i concetti richiede semplificazione: ma tutto quello che scrivo è corretto e, inserendo io immancabilmente le fonti, chi vuole può controllare di persona la veridicità di quanto riportato. Però non può mettersi a discutere con me. Spero di avere chiarito la questione: qui ha diritto di parola solo chi ha studiato, e non il cittadino comune. La scienza non è democratica.
Lo scritto ha suscitato un vivace seguito, con commenti entusiasti e altri un po' meno. La prima cosa che mi è venuta in mente, leggendo queste note, è quanto sia differente il punto di vista di Freeman Dyson, fisico noto per aver unificato le teorie di elettrodinamica quantistica di Feynman, Tomonaga e Schwinger (la traduzione dall'inglese è mia):
Non c'è una cosa come un'unica visione scientifica, non più di quanto esista un'unica visione poetica. La scienza è un mosaico di visioni parziali e in conflitto tra loro. Ma c'è un elemento comune in queste visioni. L'elemento comune è la ribellione contro le restrizioni imposte dalla cultura locale prevalente, sia Occidentale che Orientale. [La scienza] non è più Occidentale di quanto sia Araba o Indiana o Giapponese o Cinese. Arabi, Indiani, Giapponesi e Cinesi hanno dato un grande contributo allo sviluppo della scienza moderna. E duemila anni prima, gli albori della scienza erano Babilonesi, Egizi e Greci. Uno dei fatti centrali della scienza è che non fa differenza a Est, Ovest, Nord, Sud, nero, giallo e bianco. [La scienza] appartiene a chiunque voglia fare lo sforzo di apprenderla. (la sottolineatura è mia)
Personalmente, trovo più affinità con la visione di Dyson, invece che di Burioni. La scienza è democratica perché aperta a chiunque, ma occorre fare fatica per apprenderla. Come per correre: è alla portata di chiunque, ma occorre allenarsi, occorre fare fatica. La democrazia politica è lo stesso: perché il diritto di voto non esime dall'informarsi prima di mettere una croce su una scheda elettorale. Non si può lasciar fare ai tecnici: una tecnocrazia non è molto differente da una oligarchia o una dittatura. A questo proposito, rimando a un saggio che scrissi nel 2002 per la Fondazione Bassetti. 

Fatica, dunque, è la parola chiave: ci sono e ci saranno sempre coloro che cercano la via facile, la via regia, la pillolina che in un istante di rende belli e magri, anche se, la sera prima ti sei scofanato la flora e fauna del pianeta per il cenone. I risultati sono drammatici, tragici, per non dire tragicomici. E questo non capita certo da oggi: la leggenda narra che, quando Euclide presentò al suo sovrano Tolomeo I i tredici volumi dei suoi Elementi, il re chiese al matematico se c'era modo di apprendere la geometria senza leggere tutti i volumi. "Non c'è via regia", rispose Euclide.

Penso - e spero - che quello di Burioni sia stato uno sfogo dettato da un momento di sconforto, per quanto in qualità di studioso dovrebbe richiamare pubblicamente alla razionalità, invece che all'emotività. D'altra parte, siamo tutti esseri umani. Anche a me capitano momenti di sconforto quando mi imbatto in certi personaggi: dal classico "Einstein non ha capito niente" al profetico "la fine del mondo è vicina". Proprio l'altro giorno, leggevo sul Corriere della Sera che l'attentato a Istanbul aveva fatto saltare l'oroscopo di Paolo Fox sul palinsesto RAI, suscitando la ferocia dei social network. Possibile - mi chiedo - che nel XXI secolo ci siano ancora persone che credono nell'oroscopo e che una televisione di Stato mandi in onda programmi del genere? Lo sconforto viene dal fatto che alla mia età ho incontrato parecchi di questi casi, anche in sedi istituzionali, tutti caratterizzati dalla medesima sordità mentale. Quando ero più giovane provavo anche a ragionare con queste persone, poi ho capito una cosa fondamentale: a costoro non importa ragionare e non si può convincere una persona se quest'ultima non vuole essere convinta. Discussione e divulgazione scientifica inutile quindi? No, perché la discussione e la divulgazione non si fa per questa minoranza estremamente rumorosa e dalle granitiche convinzioni, che non cambierà idea se non i casi rari ed eccezionali. No, si fa per coloro che hanno humilitas, disposizione all'ascolto (secondo l'interpretazione di Verdiglione della parola latina), che è un aspetto della fatica di apprendere. E anche il ricercatore deve avere humilitas, perché dal dialogo con chi non lavora nella ricerca possono venire stimoli interessanti e importanti, dato che se uno ha la testa buona per ragionare in un settore, lo può fare benissimo anche in altri settori. 

venerdì 30 dicembre 2016

Ciao all'anno vecchio, ciao all'anno nuovo


Con i 10 km di stamattina, ho terminato le corse del 2016. Il mio account su Smashrun mi dice che quest'anno ho corso per complessivi 1573 km: se volete un riferimento comparativo, tenete presente che tutta l'Italia, dalle Alpi a Lampedusa misura circa 1300 km. Per un runner non è moltissimo (vari amici viaggiano sui 2-3000 km/anno), ma per me è un altro passo in avanti. Primo, perché è circa il 13% in più rispetto al 2015; secondo, perché questo è stato un anno caratterizzato da diversi infortuni. Nonostante questo, sono riuscito a correre le mie prime due maratone (Brescia, Ravenna) e ad aumentare i chilometri totali corsi durante l'anno. Pertanto, completo questo anno soddisfatto. 
Tuttavia, mentre correvo stamattina, pensavo a queste statistiche. Fine anno è sempre tempo di bilanci e di buoni propositi. Eppure, è solo una convenzione. In astronomia, per esempio, il riferimento dell'orbita della Terra intorno al Sole è dato dall'equinozio di primavera, ovvero il 20-21 marzo secondo il calendario occidentale. Si tratta del punto in cui il moto apparente del Sole (piano dell'eclittica) interseca il piano equatoriale terrestre, che è inclinato di circa 23°. Il Sole passa dall'emisfero sud a quello nord, inizia la primavera nell'emisfero boreale e invece l'autunno in quello australe. Cambiando sistema di riferimento, si può anche dire che è la Terra che passa dall'emisfero solare meridionale all'emisfero solare settentrionale. 
Questa scelta deriva da questioni religiose: infatti, il calendario attuale in uso nel mondo occidentale si deve a Papa Gregorio XIII, che lo promulgò nel 1582, per far sì che la Pasqua avvenisse sempre in primavera, secondo quanto stabilito dal Consiglio di Nicea. Il calendario precedente, dovuto a Giulio Cesare, era ormai sfasato irrimediabilmente perché non teneva conto del moto di precessione terrestre (ovvero, il fatto che la Terra ruota su se stessa inclinata rispetto al piano dell'eclittica; l'esempio classico è la trottola). Tanto è che Papa Gregorio dovette abolire una decina di giorni: dal 4 ottobre 1582 si passò direttamente al 15 ottobre. La Chiesa Ortodossa segue ancora il calendario giuliano, per cui c'è una differenza temporale nelle festività pari oggi a circa 13 giorni. Inoltre, il calendario gregoriano, per mantenere fisso l'equinozio di primavera, introdusse l'anno bisestile di 366 giorni, che si verifica quando l'anno è divisibile per quattro. 
Ci sono molti altri calendari, basati si scelte religiose differenti (islamico, ebraico...) e diversi altri non più in uso, in quanto la popolazione che lo adottava si è estinta (si pensi ai Maya). Sta di fatto che si tratta di convenzioni. La notte del 31 dicembre non accade nulla di particolare dalle 23:59:59 alle 00:00:00, se non un ticchettio di orologio in più (e quest'anno ce ne saranno due in più, perché bisogna aggiungere un secondo extra, sempre per tenere conto delle anomalie del moto terrestre). Non ha neanche senso parlare di cicli, di periodi, di rincominciare, di un'altro anno come se ne esistessero due uguali: il giorno 1 gennaio 2017 non sarà per niente uguale al 1 gennaio 2016 o 1 gennaio 1900. Dal punto di vista astronomico, occorre tenere conto che l'universo si espande, per cui lo spazio-tempo cambia continuamente. La Terra ha completato un'orbita intorno al Sole, ma nel frattempo tutto il sistema solare si è mosso lungo un'orbita galattica intorno a Sagittarius A* (il buco nero di 4 milioni di masse solari al centro della Via Lattea). A sua volta, la Via Lattea si è mossa, dirigendosi verso l'ammasso di galassie della Vergine e così via. Ciascun istante di tempo non è mai uguale a un altro. Noi assumiamo che sia così, perché abbiamo bisogno di pensare di misurare il tempo con i nostri orologi e calendari, ma ciascun secondo è sempre nuovo e differente. 
Tornando alle statistiche di corsa, per un individuo, per me che conteggio i chilometri che corro, sarebbe più logico avere come riferimento il compleanno, dato che il corpo ha iniziato a vivere in quel giorno e quindi l'usura va misurata da quel momento (e in effetti, non sarebbe male che i vari software per la gestione delle attività sportive dessero questa opzione). 
Un altro riferimento potrebbe essere il giorno in cui si è iniziato a correre, ma qui è forse più problematico: corsa agonistica o corsa e basta? Perché non si ci sveglia al mattino e si corre subito la maratona, ma ci si arriva per gradi, ci sono periodi di attività e altri di sospensione e poi di ripresa. E l'attività sportiva giovanile? Se devo valutare l'usura corporea, dovrei tenere conto della mia storia clinica. 
Sono solo alcuni esempi che spero aiutino a riflettere. Sono solo convenzioni che servono a dare riferimenti: è meglio guardare il trend evolutivo di ciò che si vuole misurare. Nel mio caso, sto aumentando il chilometraggio e questo va bene. 
Tuttavia, nonostante la convenzionalità, godiamoci queste feste:

Auguri a ciascuno di voi per uno strepitoso 2017, ricco di corse e soddisfazioni!


Aggiornamento (31 Dicembre 2016): ho sostituito la foto del post con un collage delle nove foto degli eventi principali della mia vita capitati nel 2016 e che meglio rende l'idea del tema di questa nota.

mercoledì 28 dicembre 2016

Non lasciatevi demoralizzare


Ieri è scomparsa Vera Rubin, un'astronoma nota per aver trovato un'anomalia nella rotazione delle galassie. Segnalo un post su Facebook del collega Paolo Salucci (vedi foto qui sopra), che ebbe occasione di interagire con lei. Il grafico fu realizzato da Rubin e mostra che la velocità delle regioni esterne della galassia NGC 4062 non decresce, come invece ci si aspetterebbe nel caso del moto dovuto a una forza centrale che decresce col quadrato della distanza. Secondo la maggioranza dei ricercatori in questo settore, si tratta dell'evidenza di materia oscura (dark matter), mentre secondo una sparuta minoranza è invece il sintomo che le leggi di gravitazione conosciute hanno ancora qualche carenza. Per quanto l'ipotesi oscura vada per la maggiore, sinora gli innumerevoli tentativi di identificazione di questa materia esotica sono andati a vuoto (con buona pace di Karl Popper e della sua falsificazione). Personalmente, mi incuriosiscono le particelle WIMPzilla, ovvero weakly interacting massive particles (particelle massive debolmente interagenti) grandi come Godzilla (non scherzo, sono state veramente teorizzate). Vedremo col tempo quale ipotesi si guadagnerà la conferma sperimentale. 
Tuttavia, non ho scritto questo post per raccontarvi la scienza di Rubin, ma perché nell'inondazione di necrologi che ha allagato i social networks, mi è capitato di leggere un tweet dell'account - ora sospeso - dell'astronoma americana. 

La traduzione in italiano è:
Non lasciare che qualcuno ti dica che non sei brava a sufficienza. Il mio insegnante di scienze una volta mi disse che non ero adatta per la scienza e guardatemi ora.
Ho voluto riprendere questo concetto, perché anche io l'ho sentito sino alla nausea. E penso che lo abbia sentito chiunque abbia voluto inventarsi un suo progetto di vita, invece che adagiarsi nel comodo solco tracciato dai parenti. Rammento una volta, il professore di Analisi Matematica I del corso di laurea in ingegneria elettrotecnica all'Università di Bologna: all'esame sbagliai una disequazione e me ne disse di tutti i colori. Che ero un idiota, che non mi sarei mai laureato, che era meglio che fossi andato a zappare la terra, e altre amenità simili. Erano tempi in cui non c'era il politically correct, ma eventualmente il 18 col lancio (ovvero, 18 sul libretto e lancio di quest'ultimo in strada dalla finestra dell'aula). Comunque, ripetei l'esame con successo e non solo mi laureai in ingegneria, ma successivamente mi laureai anche in fisica, con una tesi in fisica matematica! Altri episodi simili mi sono capitati poi sul lavoro: colleghi che dicevano che non ero "tagliato" per fare l'astrofisico, che non avevo la "testa adatta". Avendo poi anche una laurea in ingegneria ero visto con diffidenza (e lo sono ancora oggi): "sei nato ingegnere, morirai ingegnere", mi disse una volta un collega, evidentemente un esponente della via facile del solco parentale. Per comprendere quanto siano insensate affermazioni del genere, basta pensare che è proprio la capacità di adattamento che ha reso gli esseri umani così speciali. Pensare che si nasca con una specie di programmazione da fisico o da ingegnere o da letterato o da filosofo è proprio la negazione dell'umanità. 
Sono solo alcuni esempi, giusto per rendere l'idea e per far capire la simpatia che ho provato per Vera Rubin quando ho letto quel post. Non l'ho mai conosciuta di persona, neanche di sfuggita a un congresso, ma quelle poche parole del suo tweet sono state sufficienti per creare una affinità spirituale. Non ho certo avuto il successo di Rubin, ma ho avuto le mie soddisfazioni e continuo ancora oggi a fare ciò che mi piace, a combattere ciascun giorno per ciò in cui credo. 
Mi rivolgo soprattutto ai giovani, quelli che oggi si affacciano all'università o ai primi contratti di lavoro. "La vita è troppo breve per essere sprecata a realizzare i sogni di altri", scrisse Oscar Wilde, per cui non lasciatevi scoraggiare dai detrattori che vogliono servi per i loro desideri, invece che persone indipendenti con un loro progetto di vita. Detrattori ce ne saranno sempre, ne incontrerete sempre, è la battaglia della vita, è la battaglia per la vita.

lunedì 12 dicembre 2016

La comunità scientifica

Mi capita spesso di leggere o di sentire parlare della cosiddetta "comunità scientifica". Secondo la vulgata comune, detta comunità costituirebbe un granitico insieme di persone tutte convinte delle verità che la scienza offre. Niente di più sbagliato. C'è una comunità scientifica, così come c'è un popolo italiano, ma le persone che compongono questi gruppi hanno tante idee differenti. Prendo come esempio alcuni eventi recentemente accaduti. Uno è il referendum costituzionale che si è svolto nel nostro paese lo scorso 4 dicembre. Qualche giorno prima, La Stampa aveva pubblicato un appello per il sì firmato da un gruppo di scienziati. Poi, dopo il voto, la rivista inglese Nature aveva invece pubblicato un articolo in cui si affermava che gli scienziati italiani non avrebbero sentito la mancanza del Presidente del Consiglio Renzi. Scienziati voltagabbana, dunque? No, non penso, anche se sicuramente ci saranno soggetti simili pure tra gli scienziati. In questo caso, semplicemente, si tratta di differenti gruppi di ricercatori, ciascuno con le sue convinzioni politiche, a cui peraltro andrebbe aggiunto anche un terzo gruppo di scienziati silenziosi che non si sono espressi pubblicamente, pur votando o astenendosi. Si può pensare che ci sia una maggiore uniformità quando si tratta di temi prettamente scientifici. No, non è neanche così. Basta leggersi un qualunque libro di storia della scienza (questo, per esempio) per vedere che l'evoluzione del pensiero scientifico non è qualcosa che proceda uniformemente, guidato da una comunità compatta. Certo, col tempo, ci sono settori di conoscenza che si consolidano ed entrano a far parte di quel corpus di conoscenze che vengono insegnate nelle scuole pre-università (o almeno, così dovrebbe essere). Si pensi per esempio alla meccanica o all'elettrodinamica classica, ma occorre dire che è raro ci siano ancora scienziati che si occupano attivamente di questi settori. Queste conoscenze sono la base della moderna tecnologia, per cui la ricerca in questi settori è più applicata, ingegneristica. Gli scienziati operano invece in settori di frontiera, meno consolidati, e qui ovviamente prosperano differenti opinioni. Sto parlando di discussione argomentata, fatta per mezzo di pubblicazioni scientifiche. Sostenere che la Terra è piatta non è discussione scientifica, non è avere un'opinione differente, ma solo un sogno, magari dovuto a una cena un po' pesante. Quando si è sulla frontiera della conoscenza, i cosiddetti fatti o dati non portano univocamente a una teoria. Proprio in questi giorni si è accesa una diatriba sull'orizzonte degli eventi dei buchi neri, infuocata da un premio milionario assegnato a un ricercatore del settore. Joe Polchinsky ha vinto il Milner Prize e, anche se la citazione dice "for transformative advances in quantum field theory, string theory, and quantum gravity", molti vi hanno letto una sponsorizzazione a una controversa teoria di questo ricercatore. Secondo questa teoria, l'orizzonte degli eventi di un buco nero avrebbe una consistenza energetica (firewall) tale da incenerire qualunque osservatore che si avventurasse ad attraversarlo. Questo è accaduto anche per via di un paio di lavori (Abedi et al.; Cardoso et al.) secondo cui la recente osservazione diretta di onde gravitazionali derivante dalla fusione di due buchi neri e, soprattutto, degli echi di questi eventi, supporterebbe la visione di Polchinsky. La notizia è stata rilanciata su Nature da Merali, a cui sono seguiti diversi interventi, tra cui quello molto pungente di Lubos Motl. Solo il tempo dirà chi ha ragione, nel senso di quale teoria sarà consolidata. 
Questi sono solo esempi, ma spero sufficienti a far comprendere che la comunità scientifica è simile a qualunque altra comunità umana: c'è un main stream, ci sono le correnti, ci sono i pensatori isolati. A differenza di altre comunità, regolate in genere da principi democratici, occorre poi sottolineare che la scienza non è democratica. Anche se oggi la maggioranza (main stream) è convinta di una teoria, non vuol dire che tale teoria sarà consolidata in futuro. Basti pensare al calorico: nel XVII-XVIII secolo, la maggioranza degli scienziati era convinta che il calore fosse un fluido; poi arrivò Joule e iniziò lo sviluppo della moderna termodinamica. Oppure, pensate agli epicicli tolemaici: anche qui, Copernico, Keplero, Galilei e Newton spazzarono via quella che un tempo era l'astronomia della maggioranza.

mercoledì 30 novembre 2016

Il gatto di Schrödinger

Il 29 Novembre 1935, la rivista scientifica tedesca Die Naturwissenschaften (Le Scienze Naturali), pubblicò un articolo di Erwin Schrödinger, intitolato "Die gegenwärtige situation in der quantenmechanik" (La situazione attuale nella meccanica quantistica). Oggi, questo articolo è noto come il primo di una serie di tre, in cui il fisico austriaco volle evidenziare alcune - a suo dire - incongruenze nella meccanica quantistica. Per farlo, usò un esperimento mentale paradossale oggi noto come il gatto di Schrödinger. Così il fisico austriaco descrisse questo gedankenexperiment:

Uno può anche concepire casi assurdi. Un gatto è rinchiuso in una camera di acciaio, con il seguente dispositivo (che deve essere protetto da interferenze dirette da parte del gatto): in un contatore Geiger, c'è una minuscola quantità di materiale radioattivo, così piccola che, forse, uno degli atomi decade nel giro di un'ora, ma anche forse nessuno, con eguale probabilità; se decade, il tubo del contatore scarica e, attraverso un trasduttore, aziona un martello che frantuma una piccola boccetta di acido cianidrico. Se uno ha lasciato libero l'intero sistema per un'ora, si potrebbe dire che il gatto è ancora vivo se nel frattempo non è decaduto alcun atomo. Il primo decadimento atomico lo avrebbe avvelenato. La funzione psi (ψ) dell'intero sistema dovrebbe esprimere tutto ciò includendo il gatto vivo e morto (perdonatemi l'espressione) mescolati o sparsi in parti uguali. È tipico di questi casi che una indeterminazione originariamente ristretta in ambito atomico, si trasformi in una indeterminazione macroscopica che può essere risolta dall'osservazione diretta. Questo ci impedisce di accettare ingenuamente come valido un "modello sfuocato" per rappresentare la realtà. In sè stesso, non ci sarebbe nulla di incomprensibile o contraddittorio. C'è differenza tra una fotografia tremolante o sfuocata e un'istantanea di nuvole e banchi di nebbia.

Questo lavoro ha generato una serie infinita di altri articoli e ancora oggi è considerato come una pietra miliare per i fondamenti di fisica. Per non parlare delle miriadi di vignette e situazioni comiche che imperversano nel web.


A mio vedere, il problema fondamentale quando si fanno esperimenti mentali basati su analogie è che spesso si evidenziano altri problemi, differenti da quelli che erano nelle intenzioni del proponente. Il primo punto che mi viene in mente riguarda la tendenza di molti colleghi a reificare le parole. Se nella fisica classica la distinzione tra parola e cose poteva sembrare superflua (è abbastanza evidente che la parola "Giove" non è il pianeta Giove, ma è solo uno strumento che usiamo per poterne parlare), questa si è fatta particolarmente drammatica nella relatività e meccanica quantistica, ovvero per quelle parti della fisica che trattano fenomeni di cui non abbiamo esperienza sensoriale diretta. Nessun essere umano, infatti, è mai stato ridotto alle dimensioni di un atomo oppure ha viaggiato a velocità prossime a quelle della luce (se non nei film di fantascienza). Ostinarsi a usare parole e concetti derivanti dall'esperienza umana diretta quotidiana in un ambiente che è al di fuori dalla pratica umana, porta ovviamente a risultati paradossali. Come appunto è il caso del gatto di Schrödinger. Applicare a un gatto, ovvero a un corpo macroscopico e vivo (dettaglio non trascurabile), un linguaggio matematico creato per parlare di oggetti microscopici inanimati, non può che portare a paradossi. Ma, sottolineo, è solo apparente, perché deriva dall'errato uso del linguaggio. Facciamo un controesempio: è noto che i computer si basano su un sistema numerico binario. L'aritmetica binaria è diversa dall'aritmetica decimale, che invece impariamo a scuola e usiamo tutti i giorni. Se io scrivo che 1+1=0 (risultato corretto nell'aritmetica binaria) e pretendo di dire che sia valido nell'aritmetica decimale (dove invece 1+1=2), faccio un errore, non mostro un paradosso. Così, se Schrödinger vuole applicare la meccanica quantistica a un sistema macroscopico vivente, fa un mero errore e non evidenzia un paradosso. 

Ma anche pensare che in fisica classica ci sia una stretta corrispondenza tra parola e cosa è deleterio. Supponiamo di osservare la luce emessa da una stella o da un'altra sorgente cosmica. Osservo ieri e misuro un flusso X. Osservo oggi e misuro un flusso Y, differente da X. Quello che possiamo dire di questa sorgente è che ieri emetteva X e oggi emette Y, ma non possiamo dire cosa è successo nel mezzo. Tra le due misure, la sorgente potrebbe anche avere avuto un outburst, emettendo un flusso Z enormemente più grande di X e Y e noi non lo abbiamo osservato. Potremmo anche elaborare una teoria, un'equazione e calcolare il flusso atteso in un certo istante di tempo, ma finché non lo misuriamo ci sarà sempre la differenza tra un risultato atteso e una misura. Pensare che l'equazione sia la realtà e quindi che ci dia una misura di quanto emetteva la sorgente mentre noi non la osservavamo, è appunto reificare la parola. Questo non implica, come pensano alcuni, che la sorgente non esista se noi non la osserviamo, ma solo che la misura fornisce il significato fisico al linguaggio matematico. Che però resta sempre un linguaggio, uno strumento per studiare la realtà e non la realtà.

sabato 26 novembre 2016

Il bello delle persone

La pioggia batte incessante sul parabrezza. I tergicristalli spazzano il vetro alla massima velocità, ma riescono solo in parte a restituire la visibilità altrimenti distorta dall'acqua. È notte fonda e sono sull'autostrada A4 quasi deserta, di ritorno a casa dopo una splendida serata. Abbiamo festeggiato il terzo compleanno del Running Tweet Team, una società sportiva nata - tra gli scambi di tweet sul noto social network - dalla geniale idea di Massimiliano Gagliandi, immediatamente supportata da Gabriella Vargiu. Curioso che i social salgano alla ribalta della cronaca principalmente per dare ulteriore visibilità a inetti che vomitano le loro frustrazioni sull'Altro ben nascosti dall'anonimato (come se fuori dal web non ci fossero analoghi incapaci che si nascondono all'ombra dell'omertà del pettegolezzo). Ci si dimentica che, invece, il web ha aumentato la possibilità di parola e di incontro per le persone, come è il caso del Running Tweet Team. Nonostante io personalmente sia tesserato per la Polisportiva Libertas Cernuschese, ho voluto fare da sostenitore a questa bella squadra, così come diversi altri lupi (così si sono soprannominati gli atleti del RTT). Questo perché col tempo - proprio grazie a Twitter - ho imparato a conoscere queste persone e ad apprezzarne la loro umanità. Molti li ho conosciuti poi di persona, in occasioni come queste o alle gare; molti altri devo ancora incontrarli in carne e ossa, ma è solo questione di tempo. In ogni caso, il social network mi ha già offerto la possibilità di conoscere la loro mente, le loro parole. Belle persone: usare la parola "belle" mi sembra quasi di sminuire la grandezza di questi individui. Ci sono modi di dire ormai inflazionati, come "bella gente" o "ciao bello/a", che hanno annebbiato la proprietà di questa parola. Eppure, mentre guido nella pioggia fitta, penso che sia la parola migliore, avendo cura di riprenderne il significato originario che deriva dal latino benus, buono, e solo di seguito è stato associato il significato di ben proporzionato, grazioso (ovviamente, le signore del team meritano in tutto e per tutto anche il significato secondario!). Ciascun lupo/a ha la sua storia, la sua vita, il suo lavoro. Alcuni hanno la fortuna di abitare a brevi distanze, altri no, ed è proprio qui che il social network agisce come collante. Tutti quanti siamo accomunati dalla passione per la corsa. Ciascun lupo/a ha i suoi obiettivi, ma non vedo competizione diretta, perché quando si corre bisogna farlo con le proprie gambe. Certo ci saranno anche coloro a cui piace il podio, ma non mi sembra che vada a detrimento dell'amicizia. Non ci sono snob sub-6'/km o sub-3h nella maratona o sub-qualcos'altro (magari il cervello di chi pensa queste scemenze). Mi torna in mente l'aforisma di John Bingham:
Se corri, sei un runner. Non importa quanto veloce o quanto lontano. Non importa se oggi è il tuo primo giorno o se stai correndo da vent'anni. Non c'è un esame da superare, non c'è una licenza da conseguire, non c'è una tessera da prendere. Solo, corri.
Ci si incoraggia sempre, sia quando ci lamentiamo reciprocamente degli acciacchi e degli infortuni, sia quando arriviamo a qualche risultato atteso. E poi, come ieri sera, ci si ritrova anche per fare baldoria, per raccontarci le nostre ultime piccole grandi imprese, per scambiarci qualche battuta e ridere insieme. Alcuni/e lupi/e hanno veramente delle prestazioni straordinarie, soprattutto tenuto conto che non sono professionisti. Il che fa capire quanto importante sia l'ambiente nello sviluppo delle persone. Alcuni/e lupi/e avrebbero potuto tranquillamente diventare top runner professionisti, ma o è mancata l'occasione oppure ci sono state altre scelte, altre priorità.
Le luci di Orio al Serio mi richiamano alle impellenze della guida: fra poco devo prendere l'uscita e fare l'ultimo breve tratto verso casa. Il bello delle persone, belle persone. Sono proprio fortunato ad averle conosciute. Grazie, amici e amiche del Running Tweet Team, di avermi regalato la vostra amicizia.