mercoledì 15 febbraio 2017

L'insostenibile importanza della parola

Solo una questione di forma?
Qualche giorno fa, è balzata agli onori della cronaca la lettera aperta di 600 professori universitari che denunciavano le carenze linguistiche degli studenti. Di seguito, molti articoli di opinione sono stati pubblicati su vari giornali. Uno, in particolare, mi ha colpito, scritto da Claudio Giunta per il Sole24Ore e intitolato "Saper scrivere è così importante?" Sì, secondo me è importante, è ancora importante, è -- direi -- fondamentale nell'era del web. 
Un paio di anni fa ho pubblicato un libro, Scienza e linguaggio, proprio per far capire quanto le lingue parlata, scritta e matematica, strutturino il nostro modo di pensare scientificamente e quindi di comprendere il mondo fisico intorno a noi. Se la lingua è importante nella scienza, figuriamoci nella società! La lingua è ciò che crea una società umana. Siamo sospesi nel linguaggio, diceva il fisico danese Niels Bohr. Il nostro pianeta di divide in nazioni, che a loro volta si articolano in regioni e province. Pensate all'Italia: la struttura del nostro paese non è solo un capriccio burocratico, ma nasce dalle diverse comunità dialettali. Le regioni di confine risentono molto dell'influenza linguistica del paese vicino, risultando in comunità bilingue. Pensate alla leggenda biblica di Babele: per punire l'orgoglio umano, Dio creò confusione linguistica, che a sua volta impedì la costruzione della torre. Distruggendo la lingua scritta e parlata, si smantella il tessuto stesso di una società. Pensate alla parola "barbaro", che vuol dire colui che parla una lingua incomprensibile: è lo straniero, è l'uomo nero. Ma se riesci a parlarci poi non fa più paura, non è più straniero e magari diventa pure un amico. Un "idiota" è colui che parla la propria lingua ("idioma"), ma non comprende quella dell'Altro. Pertanto, se chiedono di esprimerti "con parole tue", in realtà è un invito all'idiozia. 
Quanto sono devastanti le esortazioni a badare al contenuto, alla sostanza e non alla forma! Come scrive Giunta, poi chi deve correggere i compiti deve scervellarsi a cercare di comprendere cosa uno voleva dire. Ma non è solo questione di compiti e di esami. Per esempio, l'anno scorso il satellite giapponese Hitomi è andato distrutto a causa di un errore nel software di bordo: un meno invece che un più e si sono persi 286 milioni di dollari in un sol colpo. Chissà se lo sviluppatore si sarà giustificato dicendo che aveva badato alla sostanza e che un misero segno meno/più è solo una trascurabile questione di forma... Chissà se c'è la stessa leggerezza sulla forma nel vostro conto in banca: che direste se un giorno vi spostassero i decimali e da 2000,00 € vi ritrovaste con 2,00000 €? La banca potrebbe rispondere alle vostre proteste di non fare tante storie, che dopotutto è solo una questione formale. E se volete prelevare col Bancomat e non digitate il pin corretto? Pensate che vi diano comunque i soldi se dite che in sostanza volevate digitare quello giusto?
Già è difficile parlare in condizioni di correttezza grammaticale: l'equivoco e il fraintendimento non si possono eliminare, perché, come diceva Lacan, l'effetto di comunicazione è uno spostamento del discorso. Figuriamoci poi la confusione che si genera se uno si esprime con una sintassi personale. Perché la cosiddetta sostanza potrà sembrare evidente per chi parla o scrive, ma non lo è per chi legge o ascolta. Le emozioni non si possono esprimere? Forse le parole "ti amo" sembreranno inadeguate allo sconvolgimento ormonale che ci assale, ma senza quelle che si fa per esternare i nostri sentimenti?
Un'immagine vale mille parole?
Un'immagine vale cento o mille parole? Può darsi, ma se fate vedere a un uomo la foto qui a lato (☞), non si accorgerà nemmeno che c'è Godzilla in sottofondo, a meno che non attiriate la sua attenzione con una parola. 
Pensate ai social networks: sono basati sulla parola, nuda o quasi. È lì, scritta, visibile. Non è come la parola parlata, che puoi anche rimangiarti dicendo che hai sentito male. Se scherzi con uno sconosciuto, l'Altro può non apprezzare i tuoi giochi. Non hai davanti la faccia della persona con cui parli, non puoi cercare di avere informazioni aggiuntive dal suo volto. Hai solo le sue parole. E se non sei aperto alla parola, succede la terza guerra mondiale. 
Ma non solo social networks: tutto il web è fatto solo di parole. Una struttura intangibile, immateriale, che travalica i confini nazionali. Un tempo c'erano le lettere, i giornali e i libri stampati, ma erano appannaggio di pochi con una certa cultura. Oggi, il web è disponibile a quasi chiunque: uno smartphone, qualche euro per una sim e si accede da quasi qualunque parte del pianeta. Non devi prendere una patente di guida, non c'è un esame da sostenere. Proprio per questo, se non hai una solida preparazione linguistica, i risultati possono essere devastanti, incentrati su paura e odio generati da ciò che non si capisce. Proprio per questo, oggi più che mai è fondamentale imparare a scrivere e a leggere. Oggi più che mai è fondamentale l'educazione e l'istruzione. Smantellare, distruggere, negare il diritto alla cultura è porre le basi per un mondo di odio e di conflitto. 

domenica 12 febbraio 2017

III Strabianca Run

Di nuovo domenica, di nuovo tapasciata. Oggi, la tabella prevedeva 22 km di lungo lento per chiudere la settimana di massimo sforzo. Avevo in mente una tapasciata in pianura, di tutto riposo, ma poi mi sono incuriosito della Strabianca Run a Calusco d'Adda, sull'altra sponda del fiume. Ho corso la riva destra dell'Adda in lungo e in largo, ma sono stato sulla riva sinistra solo una volta, peraltro facendo un tratto di strada tra Brivio e Calolziocorte. La curiosità di vedere i tracciati al di là del fiume ha avuto la meglio e così ho deciso per Calusco. 
La giornata è uggiosa, circa 4°C senza vento, ma con umidità oltre il 90%. La corsa deve avere riscosso un grande successo, perché all'arrivo ho avuto qualche difficoltà a trovare parcheggio. Dopo le solite procedure di rito, mi avvio. Ci sono 4 percorsi: 7, 13, 18 e 22 km. Sono ben segnalati, ma si nota carenza di volontari a presidiare gli incroci. In uno, poi, il volontario fa l'esatto opposto di quello che dovrebbe fare, ovvero fa passare le auto e ferma i podisti! In un altro incrocio, il volontario ferma i runner invitandoli ad attendere il verde al semaforo dei pedoni... Non c'è traccia dei controllori: al secondo ristoro noto il cartello di controllo, ma non vedo nessuno; chiedo ai volontari del ristoro, che dicono che i controllori sono più avanti, ma non trovo nessuno lungo tutto il percorso. 
Villa d'Adda, porticciolo. Imbersago è sull'altra sponda.
Il percorso è molto bello: si esce quasi subito da Calusco e ci si addentra nelle campagne e nei boschi lungo l'Adda. Al primo ristoro decido di non fermarmi, perché le persone accalcate ricordano il Mucchio Selvaggio (film del 1959 di Sam Peckinpah) più che runner al ristoro. Ho con me le mie bustine di miele Mielizia e un paio di borracce di acqua, ben sapendo che nelle tapasciate abbondano gli scrocconi il cui unico scopo è farsi il pranzo domenicale con solo 3€. 
Poco dopo, si gira verso l'Adda e, dopo circa 8,5 km si arriva al passaggio sotto il Ponte di San Michele, tristemente noto come il ponte dei suicidi per motivi facilmente intuibili. Lì c'è la prima salita spaccagambe, che ha tutta l'aria di essere quasi una scalata di sesto grado superiore. Tutti quanti, nessuno escluso, sono costretti ad abbandonare il passo di corsa e camminare, anche con fatica, a giudicare dalle parecchie persone che si tengono il fianco destro in evidente difficoltà. Si prosegue verso nord, sempre lungo l'Adda. Arrivato in prossimità di Villa d'Adda, il paese di fronte a Imbersago, scendiamo verso il porticciolo sul fiume, dove c'è l'approdo del traghetto di Leonardo da Vinci. Mi si affianca un runner anziano, che vuole attaccar discorso: mi chiede di dove sono, poiché mi ha visto spesso alle tapasciate della zona. Il classico vecchietto pettegolo che conosce (o deve conoscere) tutti, o quasi, forse convinto di dover emulare il buon Dio. Fa quasi tenerezza vederlo schiacciato dal suo ego. Come sempre, la buona educazione prevale e gli rispondo a tono. Mi racconta che lui è di Mapello, ma corre per I Teremoc de Teren di Terno d'Isola e mi chiede se ho fatto la Terremotata, una tapasciata che si tiene l'ultima domenica di ottobre. Dopo la mia risposta negativa, si lancia in avanti e acquista distanza. Poco dopo, devia sul percorso da 18 km, mentre io proseguo lungo quello dei 22 km. 
Oasi dell'Alberone
Il percorso ora prosegue con numerosi saliscendi, costeggiando il fiume e, in particolare, l'Oasi dell'Alberone.  Dopo il chilometro 15, si inizia a virare verso sud, per tornare verso Calusco. Poco dopo il chilometro 18, un'altra salita spaccagambe: se quella sotto il ponte San Michele poteva far gola a un esperto scalatore, questa si potrebbe paragonare alla curvatura spaziotemporale in prossimità di una singolarità. Qui, addirittura, ci sono anche alcuni gradini, è quasi una scala!
Poco dopo c'è l'ultimo ristoro. Il cartello indica 18 km, ma il mio GPS ne segna 19. Avevo già notato che i cartelli si erano sganciati dal mio GPS intorno al chilometro 9, ma qui siamo a un chilometro di differenza. La cosa buffa è che quando arrivo in prossimità dell'Oratorio a Calusco per chiudere la corsa, il chilometro extra è sparito e - anzi - sono in deficit: il GPS segna circa 21,5 km! Va bene che non bisogna stare a sottilizzare sulle distanze quando si tratta di una tapasciata, ma qui si faceva prima a decidere il chilometraggio facendo votare i runner di passaggio... Faccio quindi ancora qualche centinaia di metri per arrivare a concludere la distanza prevista da tabella. Il ritmo medio finale non sarà quello del lungo lento (6:08 effettivo contro 5:45 previsto), ma dato il percorso direi che è più che accettabile (vedi mappa con altimetria qui sotto).

Mappa con altimetria (Smashrun). Si nota, nell'istogramma delle pendenze, un segmento tra 20-25%!

Sono soddisfatto perché questi 22 km completano quella che è la settimana di massimo sforzo, secondo la tabella. I chilometri corsi questa settimana sono circa 72, che è anche il mio record personale. Se poi aggiungo impegni di lavoro e sociali, ne viene fuori una settimana davvero intensa. Sono steso come un manifesto. Ergo, un premio ci sta bene: pizza integrale con tonno e cipolla, birra e pancakes con sciroppo d'acero. E la prossima settimana si continua l'allenamento, che la maratonina di Cernusco Lombardone si avvicina.

Aggiornamenti: 13 Febbraio, aggiunta mappa con altimetria.

domenica 5 febbraio 2017

XL Quater Pass tra el Casin el Caf

Oggi ancora tapasciata. Ci sto prendendo gusto e penso di aver trovato il giusto approccio: ovvero, un allenamento, per cui vada come vada. E, nel frattempo, si vedono nuovi posti e si introducono variazioni utili nella routine dell'allenamento. Questa volta, c'era una manifestazione vicino a casa, a Villanova di Bergareggio: la XL Quater Pass tra el Casin el Caf. Tre le possibilità di percorsi: 7, 15 e 22 km. Dato che la mia tabella prevedeva una corsa media di 12 km, ho optato per il percorso da 15 km, contando un paio di chilometri di riscaldamento all'inizio e un chilometro di defaticamento alla fine. Ottimista... Va bene che le distanze delle tapasciate sono un po' approssimate, ma questa volta la differenza era forse un pochino eccessiva: dei 15 km previsti, alla fine il mio Garmin ne contava 13.2... (88%) e stavolta non ho sbagliato percorso! Anzi, devo dire che la segnaletica era ben disposta e visibile, i ristori ottimi e abbondanti ed erano presenti e chiaramente riconoscibili anche i punzonatori. Quindi, ho sopperito alla mancanza continuando a correre nella zona intorno al parcheggio fino a raggiungere l'obiettivo pianificato. 
La manifestazione mi è comunque sembrata un successo: quando sono arrivato, ho faticato parecchio per trovare un parcheggio e all'iscrizione ho trovato una lunga coda. Nell'attesa del mio turno, incontro Pietro e Vittoriana, due amici della Polisportiva Libertas Cernuschese. Loro stanno preparando la maratona di Siviglia e l'obiettivo odierno è correre per circa 30 km, per cui faranno due percorsi. Dopo aver scambiato quattro chiacchiere - interrotte da uno sconosciuto runner maleducato - Pietro e Vittoriana si avviano, mentre io aspetto ancora un po' in coda. Ottenuto il cartellino e dopo un po' di riscaldamento dinamico, mi avvio anche io. Dopo un breve tragitto in città, il percorso si apre subito in aperta campagna. E qui capisco di aver trascurato la pioggia dei giorni scorsi, che ha reso il terreno molto allentato e scivoloso, che impone estrema attenzione. Capisco che la tattica di corsa dovrà essere di sfruttare al meglio i tratti di asfalto o erbosi, rallentando nelle zone fangose e acquitrinose. Alla fine, riuscirò a centrare l'obiettivo: la mia CM sarebbe tra 5:15-5:20 e ho completato i 12 km a 5:19, anche se -- ovviamente -- il ritmo non è stato molto uniforme. Comunque, è pur sempre un ottimo allenamento, anche per via della ginnastica propriocettiva dovuta al terreno altamente irregolare e scivoloso.
La giornata è nuvolosa, ma non piove. Sullo sfondo, le montagne sono innevate. L'aria è limpida, il termometro dell'auto segna 1°C, ma l'aria è insolitamente pesante e ferma, con elevata umidità (98%). Avendo visto che la notte c'era stata una gelata, avevo optato per un abbigliamento un po' pesante, scelta che si dimostra subito errata. Tuttavia, decido di non fermarmi per togliermi la maglia più esterna: mi limito ad aprire la zip al collo, mi tolgo i guanti e continuo la corsa. Fatico un po', ma è sopportabile. 
Nonostante la giornata uggiosa, il panorama è piacevole. Passo da Bernareggio quando vado a Milano, ma non avevo mai corso da queste parti, per cui è una piacevole sorpresa addentrarmi nei campi. Ci sono anche ampi tratti di asfalto, che mi consentono di recuperare un po' sul tempo. L'altimetria è fondamentalmente pianeggiante, ma di tanto in tanto spuntano delle salite e discese anche ripide. Nel complesso, una bella corsa, un ottimo allenamento. 


domenica 29 gennaio 2017

VII Marcia per la Vita - Centopassi

Foto 1 (LF)
La tabella di oggi prevedeva 15 km di lungo lento e 3 km di corsa media. Dato che l'alzaia dell'Adda ha ampi tratti ghiacciati e, inoltre, per inserire qualche cambiamento nella routine degli allenamenti, ho optato per una tapasciata. La scelta è caduta sulla VII Marcia per la Vita organizzata dalla cooperativa sociale Gasparina di Sopra a Romano di Lombardia (BG). I percorsi disponibili eran ben sei: 6, 10, 14, 20, 25, 31 km. Personalmente, ho scelto quello da 20 km, date le esigenze di tabella. 
La mattina si è presentata gelida, come al solito in questi giorni. D'altra parte, oggi è il primo dei tre giorni della merla, ovvero, secondo la leggenda, sarebbero i giorni più freddi dell'inverno. Questo inverno ha già mostrato giorni più freddi di oggi, ma anche questa domenica si è difesa bene, con il termometro dell'auto che oscillava tra -3° e -4°C. Mentre guidavo verso Romano di Lombardia, un pallido sole si alzava lentamente sopra una diffusa foschia. Nei campi, un velo di brina bianca copriva tutto, ma non ho notato presenza di ghiaccio e anche i sentieri erano puliti. Arrivato in città, ho trovato subito parcheggio a poco meno di un chilometro dalla partenza, utile per iniziare il riscaldamento in questa fredda mattina di fine gennaio.
Foto 2 (LF)
Questa volta ho anche inaugurato un nuovo metodo per il cartellino di iscrizione: dato che nelle corse precedenti me lo ritrovavo sempre fradicio di sudore dopo pochi chilometri (col risultato che si rompeva e qualche volta ne perdevo dei pezzi), stavolta mi sono munito di una busta di plastica, che ho fissato alla maglia con un paio di spille da balia e al cui interno ho inserito il cartellino (foto 2). La busta è aperta da un lato, così da permettere l'estrazione del cartoncino per la vidimazione (peraltro, oggi non s'è visto neanche un addetto coi timbri).
Dopo un po' di riscaldamento dinamico, accendo il Garmin e parto. Al primo svincolo, ho sbagliato strada! Il cartello con la freccia era disposto un po' ambiguamente e, cercando podisti come riferimento, non ne ho visti nella direzione giusta. Invece, mi hanno tratto in inganno alcune persone in tuta che camminavano per la strada sbagliata e che evidentemente erano lì per caso. Peraltro, se io dormivo ancora, non erano da meno i volontari presenti allo svincolo: nonostante avessi il cartellino in bella vista, non mi hanno avvisato quando ho imboccato la strada sbagliata. Pazienza! Dopo qualche centinaio di metri, inizio a dubitare della mia scelta, dato che non vedo podisti in giro... Arrivato a una rotonda, vedo alcuni podisti che vanno in senso opposto al mio e capisco (finalmente!) di aver sbagliato strada. Mi reinserisco sul percorso ufficiale poco prima del quarto chilometro e il mio Garmin segna circa 2.5 km, per cui mi sono perso circa 1.5 km. Poco male, dato che comunque la mia tabella ne richiede diciotto in totale. 
Foto 3 (LF)
Di lì a poco, si esce dalla città per l'aperta campagna (foto 3). Si corre su sterrato, in mezzo a molte fattorie con molti animali, a giudicare dagli odori che si incontrano... Il percorso è molto bello: pianeggiante e lo sterrato è abbastanza compatto, anche se di tanto in tanto si incontrano tratti più sconnessi. Mi accorgo che sto andando un po' troppo veloce per un lungo lento, per cui rallento e mi godo il paesaggio. Anche se la giornata è grigia, gli alberi spogli, il terreno coperto dalla brina, il paesaggio ha comunque un suo fascino.
Quando il mio GPS segna il settimo chilometro (quindi circa 8.5 km nel percorso ufficiale), si gira per correre lungo il fiume Serio (foto 4). Si fanno circa 6 km verso Nord, con alcuni affascinanti tratti in mezzo a boschi (che ora sono un po' brulli per la mancanza di foglie). Poi, si gira nuovamente per tornare indietro verso la cooperativa, sede sia della partenza che dell'arrivo. 
Foto 4 (LF)
Al mio quindicesimo chilometro, cambio il ritmo: per mia fortuna, ci sono ora ampi tratti di asfalto, che rendono più facile accelerare. Arrivo al traguardo che mancano ancora poco più di cento metri per completare i 3 chilometri di corsa media richiesti, per cui tiro dritto (tanto ho scelto l'iscrizione senza riconoscimento). Raggiunta la distanza prefissata, continuo ancora a correre verso il parcheggio un po' per defaticare. Quando fermo il Garmin, il GPS segna quasi 19 km e con oggi completo la seconda settimana di preparazione per la maratonina di Cernusco Lombardone, che è anche la seconda settimana di uso delle tabelle di Pizzolato pubblicate sulla rivista Correre. Nonostante abbia aumentato da tre a quattro i giorni della settimana per l'allenamento, per ora sento buone sensazioni e noto miglioramenti sensibili nelle mie prestazioni.  
In conclusione, una bella corsa in una nuova zona. I sentieri lungo il Serio sono da tenere presente per future alternative al lungo Adda. Gli unici aspetti negativi sono la mancanza di fontanelle e di cestini per i rifiuti. Oggi, c'erano i ristori (grazie alla squisita cortesia delle volontarie e dei volontari), ma se uno volesse correre in altri periodi, allora è necessario che si attrezzi adeguatamente.

Tracciato GPS

mercoledì 18 gennaio 2017

Motori fantastici e dove non trovarli

Verso la fine dell'anno scorso, una notizia ha invaso giornali di tutto il mondo: si starebbe sperimentando un motore - chiamato EMdrive - che funzionerebbe, ma violerebbe le leggi della fisica (si veda, per esempio Focus, Wired, Repubblica). Di solito, non presto attenzione a queste notizie, perché alla fine, gira e rigira, salta fuori che qualcuno ha fatto qualche errore e le leggi della fisica sono salve. Oggi, per qualche serendipita coincidenza, mi sono imbattuto nuovamente in questo aggeggio e ho deciso di ampliare un po' la questione. Le mie conclusioni sono che l'EMdrive ha un certo senso, ma non viola alcuna legge fisica e non c'è alcuna energia misteriosa. 
L'idea di base risale al 1999 ed è dovuta a Robert Shawyer, che però ha preso spunto da un articolo del 1952 di Cullen (*). Quest'ultimo aveva proposto di impiegare la pressione di radiazione per misurare la potenza elettrica di un dispositivo a microonde. Nell'esperimento proposto da Cullen, la pressione di radiazione doveva azionare un pistone e, misurandone lo spostamento, si poteva calcolare la forza agente e di conseguenza la potenza elettrica iniettata. Shawyer ha esteso il concetto: invece che muovere un pistone, perché non usare la pressione di radiazione per far muovere un mezzo spaziale? I problemi sperimentali (difficoltà a creare un vuoto sufficiente, materiali riflettenti, dispositivi elettronici per generare microonde affidabili,...) che aveva incontrato Cullen nel 1952, si potevano risolvere con la tecnologia del 1999 e, a maggior ragione, con quella del 2016 a opera di White e altri. Sia Shawyer che White et al. hanno invocato teorie tanto esotiche quanto strampalate, andando a scomodare la relatività (Shawyer) o la meccanica quantistica delle variabili nascoste (White). Resta il fatto che non c'è nulla di misterioso: è la pressione di radiazione che muove il pistone o il mezzo spaziale. Sui tentativi di spiegazioni di Shawyer e di White è bene stendere un velo di pietoso silenzio... mentre è invece più scientifica quella di Cullen, che capiva cosa stava facendo, ma non aveva ancora la tecnologia adatta. 
Come dicevo, la pressione della radiazione elettromagnetica non è nulla di misterioso. Tanto per fare alcuni esempi: le vele solari si basano appunto sulla spinta data dalla pressione di radiazione solare e sono l'analogo delle vele terrestri, alimentate dal vento atmosferico. Un altro esempio è l'effetto Yarkovsky, che agisce sui corpi minori del Sistema Solare: in questo caso, il Sole scalda una faccia di un asteroide, mentre quella opposta all'astro è più fredda. L'asteroide riemette la radiazione ricevuta, ma dato che una faccia è più calda dell'altra, la differenza tra le pressioni di radiazione delle due facce sarà differente da zero, risultando quindi in un impulso netto che lentamente, ma inesorabilmente, su scale di milioni o miliardi di anni, cambia l'orbita del corpo spaziale. 
A confronto con le vele solari, l'EMdrive è una barca a motore (elettrico). Per sfruttare la pressione di radiazione prodotta da un generatore di microonde, l'EMdrive utilizza un cono con l'interno lavorato per riflettere la radiazione. Le pareti inclinate del cono convertono in moto parte della pressione di radiazione, su un principio che - a grandi linee - è molto simile al traghetto inventato da Leonardo da Vinci. Anche questo traghetto funziona senza propellente (ma va?!), ma solo perché sfrutta l'energia della corrente del fiume. Un timone inclinato di 45° rispetto alla direzione della corrente, devia il flusso e, se si impedisce al traghetto di ruotare per riallinearsi, ne risulta una spinta netta che fa muovere il mezzo perpendicolarmente al fiume. Per l'EMdrive il concetto è simile, dove al posto della corrente del fiume c'è la pressione di radiazione delle onde elettromagnetiche, e al posto del timone c'è un cono con le pareti inclinate. Nessuna violazione delle leggi della fisica. Ovviamente, se facendo la conservazione del momento non si tiene conto che anche le microonde hanno un momento da includere nell'equazione, ne verrà fuori una violazione del principio. Ma questo è un banale errore di matematica. 
Nessuna c'è neanche alcuna energia misteriosa: ci vuole comunque un generatore elettrico per produrre le microonde. Si propone di usare i pannelli solari: bene, ma questo limita fortemente l'uso di un tale mezzo spaziale alla vicinanza di una stella. Un viaggio interstellare è quindi da escludere. Pensate, per esempio, alla missione Rosetta, che per la prima volta ha impiegato solo energia solare, pur dovendo recarsi a una distanza di 800 milioni di chilometri dal Sole, dove la radiazione solare è solo il 4% di quella disponibile a livello dell'orbita terrestre. Pur usando una nuova tecnologia per le celle solari, si è dovuto predisporre ben 64 metri quadri di pannelli solari! Più o meno, un appartamento e neanche da poco! Quindi, quello che si risparmia di propellente tradizionale, si spende in pannelli solari. Se non si vuole usare il Sole, si deve allora equipaggiare l'astronave con un generatore atomico, il cui peso e sicurezza non sono certo trascurabili. 
Qualche altro conto: tenete presente che 800 milioni di chilometri vuol dire pressappoco a livello dell'orbita di Giove, dove la potenza elettrica generata da quei 64 metri quadri di pannelli era di quasi 400 W... White et al. (2016) nel loro esperimento riportano una forza misurata di 1.2 milliNewton per kW di potenza immessa. Quindi, una missione come Rosetta, potrebbe erogare una forza di appena 0.5 mN con i suoi 400 W generati da 64 metri quadri di pannelli solari. Per confronto, pensate che Rosetta era anche equipaggiata con 24 motori tradizionali a idrazina per il controllo dell'assetto e della traiettoria, ciascuno in grado di erogare una forza di 10 Newton: quindi, 0.5 milliNewton con un appartamento di pannelli solari per un ipotetico EMdrive contro 10 Newton per 24 motori (ovvero 240 Newton). 
Comunque, il principio di usare la pressione di radiazione per muoversi nello spazio è valido e merita di essere studiato e ampliato. Ma bisogna liberarsi del polverone o del fumo negli occhi...

(*) Si può andare anche più indietro, sino agli esperimenti degli italiani Carrara e Lombardini (1949), che fanno riferimento alla teoria di Carrara (1948).

lunedì 9 gennaio 2017

Smettere di sognare?

Da qualche giorno, circolano sul web alcune vecchie slides sovietiche create nel 1960 pensando a come sarebbe stato il mondo nel 2017, in occasione del centenario della Rivoluzione di Ottobre. Mi sono soffermato a guardarle, pensando a come è differente il mondo oggi rispetto ai sogni del 1960. Anche gli Stati Uniti non erano da meno, come testimoniano le immagini che si possono vedere sul sito The Vault of the Atomic Space Age. In entrambi i casi, si nota che, accanto alla paura latente di una guerra nucleare, c'era un gran desiderio di sognare, di esplorare, di scoprire. C'era grande fiducia nella scienza e nella tecnologia, c'era la convinzione che potessero risolvere i problemi del mondo e regalarci una vita migliore. 
Eppure, basta guardarsi intorno oggi per vedere un'umanità chiusa in sé stessa, ricurva sui suoi giocattoli tecnologici. Già nel 2014, Noah Berlastky aveva notato che perfino la fantascienza ha smesso di sognare, intrappolata in una serie infinita di sequel, prequel, in-mezzo-quel... Peraltro, aggiungo che non è neanche più fantascienza, ovvero scienza estrapolata al futuro, ma solo favole fantasy, dove la scienza ne esce alquanto malconcia, sacrificata sull'altare delle esigenze cinematografiche.
Anche la scienza stessa si è adagiata lentamente e inesorabilmente, come ha scritto Michael Hanlon sempre nel 2014, notando che la tecnologia odierna è stata ideata nel cosiddetto Golden Quarter (1945-1971), che a sua volta affonda le radici nella scienza della prima metà del XX secolo. Nonostante i media ci propinino quotidianamente storie di scoperte sensazionali, misteri secolari risolti, geniali invenzioni, tenete presente che non c'è nulla di realmente nuovo dal punto di vista concettuale.
Se non si trova al più presto il bandolo della matassa, saranno veramente guai. Come dice la vignetta qui sopra, se smettessimo di scoprire, moriremmo veramente. 

mercoledì 4 gennaio 2017

Scienza e democrazia


In questi giorni, sta circolando una gran quantità di post sui social network a proposito di quanto scritto da Roberto Burioni, professore ordinario di Microbiologia e Virologia presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Nella sua pagina di Facebook, il professore ha scritto:
I commenti vengono tutti cancellati [...] Preciso che questa pagina non è un luogo dove della gente che non sa nulla può avere un "civile dibattito" per discutere alla pari con me. È una pagina dove io, che studio questi argomenti da trentacinque anni, tento di spiegare in maniera accessibile come stanno le cose impiegando a questo scopo in maniera gratuita il mio tempo che in generale viene retribuito in quantità estremamente generosa. Il rendere accessibili i concetti richiede semplificazione: ma tutto quello che scrivo è corretto e, inserendo io immancabilmente le fonti, chi vuole può controllare di persona la veridicità di quanto riportato. Però non può mettersi a discutere con me. Spero di avere chiarito la questione: qui ha diritto di parola solo chi ha studiato, e non il cittadino comune. La scienza non è democratica.
Lo scritto ha suscitato un vivace seguito, con commenti entusiasti e altri un po' meno. La prima cosa che mi è venuta in mente, leggendo queste note, è quanto sia differente il punto di vista di Freeman Dyson, fisico noto per aver unificato le teorie di elettrodinamica quantistica di Feynman, Tomonaga e Schwinger (la traduzione dall'inglese è mia):
Non c'è una cosa come un'unica visione scientifica, non più di quanto esista un'unica visione poetica. La scienza è un mosaico di visioni parziali e in conflitto tra loro. Ma c'è un elemento comune in queste visioni. L'elemento comune è la ribellione contro le restrizioni imposte dalla cultura locale prevalente, sia Occidentale che Orientale. [La scienza] non è più Occidentale di quanto sia Araba o Indiana o Giapponese o Cinese. Arabi, Indiani, Giapponesi e Cinesi hanno dato un grande contributo allo sviluppo della scienza moderna. E duemila anni prima, gli albori della scienza erano Babilonesi, Egizi e Greci. Uno dei fatti centrali della scienza è che non fa differenza a Est, Ovest, Nord, Sud, nero, giallo e bianco. [La scienza] appartiene a chiunque voglia fare lo sforzo di apprenderla. (la sottolineatura è mia)
Personalmente, trovo più affinità con la visione di Dyson, invece che di Burioni. La scienza è democratica perché aperta a chiunque, ma occorre fare fatica per apprenderla. Come per correre: è alla portata di chiunque, ma occorre allenarsi, occorre fare fatica. La democrazia politica è lo stesso: perché il diritto di voto non esime dall'informarsi prima di mettere una croce su una scheda elettorale. Non si può lasciar fare ai tecnici: una tecnocrazia non è molto differente da una oligarchia o una dittatura. A questo proposito, rimando a un saggio che scrissi nel 2002 per la Fondazione Bassetti. 

Fatica, dunque, è la parola chiave: ci sono e ci saranno sempre coloro che cercano la via facile, la via regia, la pillolina che in un istante di rende belli e magri, anche se, la sera prima ti sei scofanato la flora e fauna del pianeta per il cenone. I risultati sono drammatici, tragici, per non dire tragicomici. E questo non capita certo da oggi: la leggenda narra che, quando Euclide presentò al suo sovrano Tolomeo I i tredici volumi dei suoi Elementi, il re chiese al matematico se c'era modo di apprendere la geometria senza leggere tutti i volumi. "Non c'è via regia", rispose Euclide.

Penso - e spero - che quello di Burioni sia stato uno sfogo dettato da un momento di sconforto, per quanto in qualità di studioso dovrebbe richiamare pubblicamente alla razionalità, invece che all'emotività. D'altra parte, siamo tutti esseri umani. Anche a me capitano momenti di sconforto quando mi imbatto in certi personaggi: dal classico "Einstein non ha capito niente" al profetico "la fine del mondo è vicina". Proprio l'altro giorno, leggevo sul Corriere della Sera che l'attentato a Istanbul aveva fatto saltare l'oroscopo di Paolo Fox sul palinsesto RAI, suscitando la ferocia dei social network. Possibile - mi chiedo - che nel XXI secolo ci siano ancora persone che credono nell'oroscopo e che una televisione di Stato mandi in onda programmi del genere? Lo sconforto viene dal fatto che alla mia età ho incontrato parecchi di questi casi, anche in sedi istituzionali, tutti caratterizzati dalla medesima sordità mentale. Quando ero più giovane provavo anche a ragionare con queste persone, poi ho capito una cosa fondamentale: a costoro non importa ragionare e non si può convincere una persona se quest'ultima non vuole essere convinta. Discussione e divulgazione scientifica inutile quindi? No, perché la discussione e la divulgazione non si fa per questa minoranza estremamente rumorosa e dalle granitiche convinzioni, che non cambierà idea se non i casi rari ed eccezionali. No, si fa per coloro che hanno humilitas, disposizione all'ascolto (secondo l'interpretazione di Verdiglione della parola latina), che è un aspetto della fatica di apprendere. E anche il ricercatore deve avere humilitas, perché dal dialogo con chi non lavora nella ricerca possono venire stimoli interessanti e importanti, dato che se uno ha la testa buona per ragionare in un settore, lo può fare benissimo anche in altri settori.